Transizione digitale

Dall’indagine su imprese e ICT effettuata dall’Istat tra maggio e luglio 2022, emerge chiaro il tentativo delle PMI italiane di “stare al passo” con la transizione digitale e di adottare misure e strategie atte a incrementare il proprio valore competitivo.

Un ricorso sempre più frequente al lavoro da remoto che ha coinvolto 7 imprese su 10 nel 2022 e un’attenzione maggiore alla cybersecurity e alle sue procedure che ha coinvolto circa il 48% delle imprese sono segnali chiari della situazione odierna.

Stabili, secondo l’Istat sono rimasti, inoltre, l’adozione della robotica e l’impiego di specialisti ICT, soprattutto nelle aziende di dimensione maggiore.

Transizione digitale: dati e misurazione

Ogni edizione di indagine dell’Istat, le imprese vengono valutate sulla base di 12 caratteristiche specifiche, che concorrono a definire il DII, l’indicatore di digitalizzazione (Digital Intensity Indexi), utilizzato per identificare le aree nelle quali le imprese italiane ed europee incontrano maggiori difficoltà.

Con riferimento ai dati dell’analisi effettuata nel 2022, i divari maggiori si riscontrano, a scapito delle PMI (fra 10 e 249 addetti), nella presenza di specialisti ICT, nella decisione di investire in formazione ICT nel corso dell’anno precedente, nell’uso di riunioni online e di documentazione specializzata sulle regole e le misure da seguire sulla sicurezza informatica.

Ampio risulta anche il divario nell’utilizzo di robot di almeno l’1% del fatturato totale, che riduce la quota complessiva di imprese che fanno ricorso a questi strumenti.

Misure di sicurezza digitale avanzate, ancora limitate

Stando ai dati dell’Istat, il 74,4% delle imprese italiane con almeno 10 addetti utilizza almeno tre misure di sicurezza ICT. Un dato in linea con la media europea.
Nel nostro paese è forte l’utilizzo di procedure come:

  • autenticazione con password forte (83,9%)
  • back-up dei dati (80,0%)

mentre sono nettamente meno elevate le percentuali di imprese che adottano misure di sicurezza avanzate come:

  • la conservazione dei file di registro (44,6%)
  • pratiche preventive di valutazione del rischio (35,3%)
  • l’esecuzione periodica di test di sicurezza dei sistemi (31,8%,).

Limitata, ancora la crittografia di dati, documenti o e-mail (22,0%), i metodi biometrici per l’identificazione e l’autenticazione dell’utente (8,2%).

Il 48,3% delle imprese dispone di documenti relativi a misure, pratiche o procedure connesse alla sicurezza informatica. Fra queste imprese, l’85,7% ha definito o aggiornato tali documenti negli ultimi due anni.
E solo il 16,4% delle imprese ha dichiarato di essere assicurata contro incidenti connessi alla sicurezza ICT.

Pratiche che incidono nell’impatto ambientale

Per la prima volta, l’analisi ha dedicato uno spazio anche all’adozione da parte delle aziende di alcune semplici misure che incidono indirettamente sull’ambiente.
Un esempio ne sono il controllo del consumo di carta (68,0%) o del consumo di energia delle apparecchiature ICT (52,2%).

L’Italia sembra eccellere (in seconda posizione, preceduta dal Portogallo): il 74,9% delle imprese adotta comportamenti green nella scelta della tecnologia, valutandone l’impatto ambientale.
Non solo: il 59,9% delle imprese italiane combina la valutazione dell’impatto ambientale dei servizi o delle apparecchiature ICT, prima di selezionarli, con l’adozione di misure che incidono sul consumo di carta o di energia delle tecnologie informatiche.
E quando le apparecchiature ICT dell’impresa non sono più utilizzate vengono smaltite nell’86,9% con la raccolta differenziata dei rifiuti elettronici.
Il 48,6% le conserva come ricambi ed il 25,0% le rivende o le restituisce se in leasing, oppure le dona.

Dai dati risulta che, nell’impatto ambientale dell’ICT risultano più virtuose le imprese attive nei servizi postali e di corriere, mentre per il riutilizzo circolare dell’ICT sono più attive quelle del comparto editoriale e della fornitura di energia.