Ustionato durante la pulizia di un pavimento industriale

Lo scorso luglio l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato per inserire, tra i diritti universali dell’uomo, l’accesso a un ambiente pulito, salubre e sostenibile.
La decisione è stata presa con 161 voti favorevoli e 8 astensioni (Cina, Russia, Bielorussia, Cambogia, Iran, Syria, Kyrgyzstan ed Etiopia).

Chiaramente il concetto di pulito, in questo caso, è molto più ampio del cleaning di cui parliamo solitamente in queste pagine. Ma la cura dell’ambiente, la pulizia delle superfici, l’attenzione agli spazi del quotidiano, sono comunque parte integrante di quel concetto di benessere e salvaguardia della vita che si vuole perseguire con risoluzioni come questa.

Ora che l’accesso a un ambiente pulito, salubre e sostenibile è un diritto fondamentale per l’uomo, le organizzazioni internazionali e le imprese dovranno intensificare i loro sforzi per contrastare il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e l’inquinamento dilagante.

Il diritto ad un ambiente sano è legato al diritto internazionale esistente, afferma che la sua promozione richiede la piena attuazione degli accordi ambientali multilaterali. Riconosce, inoltre, che l’impatto dei cambiamenti climatici, la gestione e l’uso non sostenibili delle risorse naturali, l’inquinamento dell’aria, del suolo e dell’acqua, la gestione scorretta delle sostanze chimiche e dei rifiuti e la conseguente perdita di biodiversità interferiscono con il godimento di questo diritto. Specifica anche che il danno ambientale ha implicazioni negative, dirette e indirette, sul godimento di tutti i diritti umani.

Le questioni ambientali, fortunatamente, sono già state al centro dell’interesse della Conferenza delle Nazioni Unite.
La prima volta nel 1972, quando ha preso il via un dialogo tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo. Il tema era il legame tra crescita economica e inquinamento di aria, acqua e oceani e benessere delle persone in tutto il mondo. Gli Stati membri delle Nazioni Unite allora dichiaravano che le persone hanno un diritto fondamentale a “un ambiente di qualità che consenta una vita dignitosa e di benessere”, chiedendo un’azione concreta ed il riconoscimento di questo diritto.

Oggi, una nuova presa di posizione si è resa necessaria a causa delle conseguenze del cambiamento climatico: siccità, scarsità d’acqua, incendi, innalzamento del livello del mare, inondazioni, scioglimento dei ghiacci polari, tempeste, declino della biodiversità. Sono tutte circostanze che mettono a repentaglio il benessere degli uomini.

Inoltre, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’inquinamento atmosferico è la principale causa di malattie e morte prematura nel mondo. Sono infatti oltre 7 milioni le morti premature ogni anno riconducibili all’inquinamento.

La scomparsa della diversità biologica, infine, danneggia l’uomo perché rende più difficile l’approvvigionamento alimentare e l’accesso all’acqua pulita.

Il commento di António Guterres, Segretario Generale dell’Onu

La risoluzione aiuterà a ridurre le ingiustizie ambientali, colmare i gap di protezione e responsabilizzare le persone, in particolare quelle che si trovano in situazioni vulnerabili, compresi i difensori dei diritti umani ambientali, i bambini, i giovani, le donne e le popolazioni indigene. La decisione aiuterà anche gli Stati ad accelerare l’attuazione dei loro obblighi e impegni in materia di diritti umani e ambientali. La comunità internazionale ha riconosciuto universalmente questo diritto e ci ha avvicinato a renderlo una realtà per tutti.
Tuttavia, l’adozione della risoluzione è solo l’inizio. Esorto le nazioni a rendere questo diritto recentemente riconosciuto una realtà per tutti, ovunque.

Il commento di Michelle Bachelet, Alto Commissario Onu per i diritti umani

Questa decisione riflette il fatto che tutti i diritti sono collegati alla salute del nostro ambiente. Ogni persona, ovunque, ha il diritto di mangiare, respirare e bere senza avvelenare il proprio corpo nel farlo e di poter vivere in armonia con il mondo naturale, senza crescenti minacce di collasso dell’ecosistema e catastrofe climatica. È un momento storico, ma non basta affermare semplicemente il nostro diritto a un ambiente salubre. La risoluzione dell’Assemblea generale è molto chiara: gli Stati devono attuare i loro impegni internazionali e intensificare i loro sforzi per realizzarli. Subiremo tutti effetti molto peggiori delle crisi ambientali, se non collaboriamo per evitarle collettivamente, ora.

La risoluzione non è giuridicamente vincolante. Però è importante perché stabilisce uno standard quantitativo e qualitativo che avrà, secondo gli esperti, implicazioni a catena per le politiche nazionali e per la legislazione futura.

È vero che le risoluzioni di questo tipo sembrano iniziative più che altro simboliche. In realtà servono a stimolare l’azione dei poteri, riescono a proporre nuove prospettive, arricchendo la visione che le persone hanno su priorità, principi e valori.

Se, fino a poco tempo fa, l’attenzione all’ambiente era una responsabilità che ricadeva sul senso civico e le scelte del singolo, risoluzioni come questa mettono la difesa dell’ambiente direttamente in mano alle istituzioni. Non è un cambio di prospettiva da poco.

Questa potrebbe essere ad esempio la strada per arrivare all’approvazione del reato di ecocidio.