Globalizzazione
I possibili scenari futuri tra la tendenza alla frammentazione dei mercati e la possibile fine dell'egemonia del dollaro

La globalizzazione è morta?
Te lo dico subito: non troverai la risposta a questa domanda nelle prossime righe. Quello che troverai però saranno delle riflessioni su questo tema, per cercare di farsi un’idea dei possibili scenari che ci aspettano nel prossimo futuro.

Infatti, se c’è una cosa complicata da fare oggi, è proprio delineare scenari e immaginare il futuro. Negli ultimi recentissimi anni abbiamo familiarizzato con concetti come: tecnologie disruptive, cioè talmente innovative da imprimere cambiamenti dirompenti e radicali sui sistemi, e cigni neri cioè eventi di grande portata difficili da prevedere (come una pandemia globale).

Tutti concetti che richiamano a stravolgimenti inaspettati e situazioni complesse di difficile lettura, da cui la difficoltà ad immaginare scenari.

Pensando a questi cambiamenti, possiamo vedere che la globalizzazione è un fattore comune a quelli che hanno generato maggiore destabilizzazione.

Ad esempio, se il covid si è diffuso in maniera così ampia è sicuramente a causa della sua estrema contagiosità, ma complice è anche la globalizzazione che ha fornito canali di circolazione molto efficaci.

Anche il blocco delle catene logistiche, una volta passata l’ondata pandemica, è figlio della globalizzazione. Più una catena è lunga, maggiori sono gli elementi che, inceppandosi, potrebbero danneggiare tutto il processo.

Per fare un altro esempio: la stessa guerra in Ucraina rischia di affamare ulteriormente popolazioni già in difficoltà per il blocco del grano.

Sembra quasi che, nel giro di un paio d’anni, siano emersi tutti insieme i rischi e gli svantaggi della globalizzazione.

Ecco quindi che viene da chiedersi se abbia ancora senso adottare questo modello o se non sia giunta l’ora di mandarlo in pensione. Ecco il perché della domanda: la globalizzazione è morta?

Iniziamo questa analisi con qualche dato sul commercio internazionale (UNCTAD): nel 2021 gli scambi globali hanno raggiunto il livello record di 28,5mila miliardi di dollari, con un incremento del 25% rispetto al 2020 e del 13% rispetto al periodo pre-pandemia. Peraltro, nel 2020 la contrazione degli scambi internazionali è stata decisamente inferiore rispetto al 2009 quando la crisi finanziaria globale aveva avuto un impatto ben più pesante sull’economia globale.

Questi dati indicano che il sistema globalizzato ha retto lo shock causato da:

  • Covid
  • colli di bottiglia lungo le supply chains
  • prezzi elevati dei container

Questi dati però non tenevano conto dell’ulteriore elemento di destabilizzazione occorso a inizio 2022: la guerra in Ucraina e l’inflazione record.

Proponiamo di seguito i 4 scenari delineati da ISPI Istituto per gli Studi di Politica Internazionale:

  1. scenario ottimistico prospettiva di breve periodo
  2. scenario ottimistico prospettiva di medio-lungo periodo
  3. scenario pessimistico prospettiva di breve periodo
  4. scenario pessimistico prospettiva di medio-lungo periodo

Scenario ottimistico

Secondo questo scenario, superato lo scossone del covid, le conseguenze commerciali della guerra in Ucraina saranno circoscritte.
Una prospettiva che si basa sul fatto che la Russia ha un peso sull’economia mondiale minore della Cina (contribuisce per l’1,7% al Pil globale e per circa l’1,5% al commercio mondiale). Inoltre è più vulnerabile rispetto ai suoi principali partner commerciali.

BREVE PERIODO

Nel breve periodo, secondo questo scenario, si ipotizza che Russia e Ucraina soffriranno una pesante recessione (la Banca Mondiale prevede che il Pil di Mosca e Kiev si contrarrà rispettivamente almeno del 10% e del 40% nel 2022) ma le conseguenze per l’economia globale potrebbero essere relativamente contenute pur in un contesto di crescita rallentata.
Le supply chains resteranno sotto pressione, anche se per il momento soprattutto a livello regionale.

MEDIO-LUNGO PERIODO

Nel medio-lungo periodo, ci potremo attendere un incremento delle iniziative di regionalizzazione commerciale, soprattutto attorno ad alcuni settori e filiere produttive strategiche, una ricerca insomma di “autonomia strategica”, Si intendono quindi iniziative di reshoring e di aumento della produzione “europea” di beni intermedi ad alta intensità tecnologica, con un progressivo sganciamento dall’Asia. Ma è una tendenza già in corso che potrebbe eventualmente subire solo un’accelerazione.

Scenario pessimistico

Questo scenario prevede la creazione di blocchi economici e commerciali contrapposti, ad esempio se la Cina dovesse schierarsi apertamente dalla parte della Russia.
In questo caso, con una presa di posizione così decisa da parte della Cina, tutti gli altri Paesi si troverebbero praticamente costretti ad applicare sanzioni secondarie che avrebbero un impatto decisamente molto più forte sulle economie occidentali, ma anche su quella cinese.
La Cina vale oltre il 10% delle esportazioni europee e il 22% delle importazioni: numeri ben diversi che ci fanno capire come l’interdipendenza con Pechino sia molto maggiore rispetto a quella con Mosca. I costi di una frammentazione dei mercati in questo secondo scenario sarebbero davvero elevati per una serie di ragioni.

BREVE PERIODO

Nel breve periodo, le verosimili sanzioni secondarie contro la Cina porterebbero a una fortissima riduzione degli scambi commerciali e una nuova paralisi lungo le principali supply chains dei settori manifatturieri. Verrebbero a mancare input cruciali per le economie europee (e in particolare per quelle italiana e tedesca, che sono essenzialmente economie di trasformazione) oltre che un mercato di sbocco sempre più importante per le merci europee (e sappiamo bene quanto l’export sia stato un driver fondamentale per la crescita europea nel corso dell’ultimo decennio).

MEDIO-LUNGO PERIODO

Nel medio-lungo periodo, si potrebbero creare due grandi blocchi contrapposti: da una parte i Paesi occidentali, dall’altra la Cina che assorbirebbe nella sua orbita geoeconomica la Russia (che vale dieci volte meno a livello di popolazione e di Pil), nonché gli altri Paesi del Sud-Est asiatico. I potenziali danni economici di questa separazione sarebbero significativi per entrambi i blocchi.

Quale lo scenario più plausibile?

Secondo l’Istituto ISPI lo scenario più probabile è quello ottimistico. Il motivo è che, banalmente, a nessuno degli attori in campo conviene rinunciare alla globalizzazione e alle sua fitta rete di rapporti economici. Smantellare adesso queste interdipendenze porterebbe a una frammentazione insopportabile per tutti: Cina, Stati Uniti, UE.

Una motivazione d prendere comunque con cautela. Ricordiamo che, anche prima che la Russia attaccasse l’Ucraina, le motivazioni che pesavano di più sulla bilancia di chi prevedeva che non si sarebbe scatenata una guerra, erano proprio di questo tipo: “alla Russia non conviene”.

Attenzione a:

Sempre l’Istituto ha anche individuato 2 sviluppi dell’economia mondiale che è necessario tenere attentamente sotto controllo:

La crisi del multilateralismo e delle organizzazioni internazionali

Se le reti sono globali, manca un tavolo altrettanto globale dove definire regole comuni per il corretto funzionamento dei mercati mondiali. L’esempio principale è l’Organizzazione Mondiale del Commercio, che da anni produce risultati parziali e limitati in materia di accordi tra Paesi, ed è bisognosa di riforme che le attuali tensioni potrebbero ulteriormente ritardare.

La frammentazione nel sistema dei pagamenti internazionali

Abbiamo visto proprio con le sanzioni alla Russia come la frammentazione nel sistema dei pagamenti internazionali sia un elemento problematico. Per l’ISPI è presto per dire che, più che la globalizzazione, ad essere morta è la supremazia del dollaro, ma da questa crisi geopolitica, che ha innescato una serie di tensioni anche nei meccanismi di pagamento internazionali, potrebbero svilupparsi iniziative parallele, per esempio guidate dalla Cina.

La posizione dell’Europa

Per l’ISPI l’Europa deve fare i conti con la sua debolezza principale: la carenza di materie prime che rende impossibile una reale autosufficienza. Lo solo per il 70% del proprio fabbisogno e solo una minima parte di ciò che importiamo viene da Russia e Ucraina.
Ad essere legati a Russia e Ucraina in maniera vitale sono invece i paesi a sud del Mediterraneo che, da Russia e Ucraina, importano grosse quantità di cereali.
Aspetto positivo dell’Europa è che si trova al centro di oltre 70 accordi di libero scambio, posizione privilegiata per ottenere strategie più flessibili, diversificare flussi commerciali e catene di fornitura.

Conclusioni

Secondo l’ISPI quindi “la fine della globalizzazione è, almeno per il momento, rimandata”, ma non è da ignorare o sottovalutare la tendenza alla frammentazione.

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