Catene logistiche in bufera
Siamo davanti a uno scenario dei trasporti e della logistica internazionale fortemente perturbato e la normalità sembra ancora lontana

Da due anni a questa parte, i rischi riguardanti la gestione della supply chain sono stati tenuti sotto la lente di ingrandimento. Sia dei media che della politica.
La stabilità che gli si dava per scontata, sarebbe potuta venire meno a causa di tanti diversi rischi imperversanti quali:

  • Carenza di materie prime
  • Scarsità della manodopera
  • Volatilità della domanda
  • Imprevedibili tempi di trasporto
  • Aumento dei costi di trasporto
  • Mancanza di capacità produttiva.

Fenomeni che anche oggi, dopo oltre due anni dall’inizio della pandemia, continuano a insistere sulle catene di approvvigionamento. Perché?
A spiegarlo è un’analisi di S&P Global Market Intelligence.

Nel periodo precedente la pandemia, nel sistema di spedizione dei container si è assistito a periodici shock uno dei quali è stato nel 2016 il fallimento di Hanjin. Shock minori sono stati le vertenze sindacali dei portuali nella costa occidentale degli USA. Situazioni che non hanno compromesso il sistema, da sempre capace di correggere da solo la rotta.

Dall’inizio della pandemia, invece, la serie di shock è stata costante e continua. Dal Canale di Suez alle chiusure di Shangai, fino ai blocchi ferroviari americani. Momenti nei quali il sistema non è stato capace di riprendersi per affrontare gli eventi successivi, altrettanto shoccanti.

Le congestioni navali hanno esacerbato i ritardi, fatto aumentare i costi per gli spedizionieri, ben oltre i costi pre-pandemia. Ed il ritorno al normale flusso di merci in atto allora sembra un miraggio lontano. Visibile ma fuori portata.
E secondo gli esperti sarà possibile ripristinare il flusso della catena di approvvigionamento attraverso il sistema di trasporto solo con un aggiustamento verso il basso dei volumi in movimento.

Anche il ponte Asia-Europa (container su rotaia per il trasferimento merci dalla Cina all’Europa) che rappresentava il 4% dei volumi di container prima del conflitto tra Ucraina e Russia, ha dato il suo contraccolpo. I movimenti, infatti, sono nettamente diminuiti a causa della guerra.

In più, l’aumento dei costi logistici contribuisce all’aumento complessivo dei costi dei prodotti, facendo lievitare il costo delle merci consegnate in ogni fase della catena di approvvigionamento.
Le tariffe di spedizione elevate sono associate a una mancanza di affidabilità che tende a incentivare gli ordini “just in case”.
Così le scorte si accumulano esercitando una pressione al rialzo ulteriore sui prezzi della logistica, oltre che sui tempi di consegna.

Tutti questi eventi hanno accelerato gli sforzi globali per la transizione energetica. Ancora oggi costosa e ricca di incertezze, sia pratiche che politiche.
Solo per fare un esempio, prodotti come le batterie e l’elettronica sono più suscettibili alle interruzioni della catena di approvvigionamento, poiché le risorse naturali necessarie non si trovano ovunque, ma solo in pochi luoghi precisi.

L’elettronica richiede materiali provenienti da tutto il mondo, quindi se una parte della catena di approvvigionamento viene interrotta, l’impatto si percepisce chiaro ovunque.

Oggi, stiamo assistendo a uno scenario dei trasporti e della logistica internazionale molto perturbato. Due anni di shock continui non sono facili da “assorbire” e gestire, a livello di effetti prodotti.
E per tutte queste ragioni, la normalità sembra ancora piuttosto lontana.