Sovrani SAF ITALY

Non è raro, scorrendo la home di Facebook, imbattersi in uno dei suoi video.
Travestito da Bobby Solo, intento a trovare marito alle sue dipendenti o a mostrare la sua abilità nel ballo, nella recitazione di qualche gag.
Chi non lo conosce, potrebbe travisare. Chi lo conosce, si è fatto un’idea.
E chi lo ha intervistato (più volte, nell’arco di diversi anni di collaborazione), ha cercato di andare più in profondità, se così si può dire.

Donne e motori sono la sua passione più grande?
Non solo. Al binomio bisogna aggiungere un’altra variabile, quella dei viaggi in giro per il mondo, per ottenere una triangolazione perfetta.
Si, perché per lui viaggiare è arricchirsi; circondarsi di persone positive è riappropriarsi del proprio tempo. E, se a questo si aggiunge il benessere di potersi concedere qualche lusso, ben venga. Sempre senza dimenticare l’azienda di batterie, quella che ha costruito e che oggi lo vede protagonista, insieme ai suoi figli di una crescita di ampia portata.

Alberto Sovrani, CEO di SAF Italy, ha un’idea ben chiara di cosa voglia comunicare. A stupire sono sempre il registro e le modalità con cui sceglie di farlo.

Possono, come dicevamo, indurre in errore il suo interlocutore. Ma in realtà, un occhio più attento riesce ad andare aldilà di un travestimento, oltre un video scherzoso, per comprendere che: schiettezza, ironia e positività sono le tre caratteristiche che lo descrivono in maniera più aderente.

Tutto si può dire con un sorriso“, ha esordito, quando gli abbiamo chiesto le ragioni del mood del suo Personal branding.
E se l’interlocutore fraintende, affari suoi”, a quanto pare.
Con lui ci siamo soffermati ad analizzare il mondo del lavoro, anche quello declinato al femminile, cercando di definirne i contorni, in un momento di grande complessità.

Il mondo del lavoro sta cambiando e reperire manodopera è diventato un compito molto difficile. Anche SAF Italy sta vivendo lo stesso problema?
Assolutamente si. Stiamo cercando le due metà della stessa mela proprio per ampliare il nostro organico. Giovanissimi da una parte e pensionati dall’altra.
Sfruttiamo ogni opportunità, a 360 gradi. Vorremmo intercettare i giovani più smart, più capaci, che hanno voglia di entrare nel mondo del lavoro. E poi tutti quei pensionati che hanno lavorato e hanno una grande esperienza fra le mani da offrire proprio alle giovani leve che devono apprendere il mestiere.
Non è facile, oggigiorno, soprattutto per quanto riguarda la manodopera specializzata.

Si sente tanto parlare, nella sua accezione negativa, del reddito di cittadinanza. Sarebbe responsabile della mancanza di lavoratori. Cosa ne pensa?
Ho riflettuto molto su questo tema. E devo dire che secondo me siamo davanti ad un cambiamento epocale che nessuno di noi aveva mai visto, con cui nessuno di noi aveva ancora fatto i conti.
Dal Covid in poi, la reperibilità di qualsiasi figura (dal commerciale al tecnico) è una problematica complessa. E’ vero che noi genitori tendiamo a tenere più i nostri figli sotto una campana di vetro, ma lo è altrettanto che non c’è ricambio generazionale come ai miei tempi.

Trenta, quarant’anni fa le famiglie erano numerose ed i giovani disposti a lavorare dopo la maturità erano tantissimi. La verità è che oltre ad esserci abituati ad uno standard di benessere più alto – anche lavorativamente parlando – il nostro Paese sta invecchiando. Il tasso di natalità scende anno dopo anno e non siamo più così inclini a fare lavori che contemplino la fatica. Soprattutto fisica. Si approda al mondo del lavoro più avanti con l’età perché tanti scelgono l’università ed è difficile proporsi a 30 anni senza esperienza.

A questo dobbiamo aggiungere anche un ulteriore spostamento del lavoro dovuto al Covid. Chi ieri lavorava al ristorante è andato in fabbrica non torna più a lavorare al ristorante perché è rimasto scottato e non essendo sicuro che l’emergenza si concluda domani, preferisce tenere un posto di lavoro e non rischiare di trovarsi senza niente in mano.
Oggi poi ci sono paesi che riescono a pagare di più la forza lavoro – come accade in agricoltura con gli stagionali -. In Olanda un lavoratore stagionale lavora meno ore, prende uno stipendio più alto e magari lavora anche al fresco.

Ma rispetto al passato credo non sia cambiato così tanto in termini di numeri. All’appello potrebbero mancare circa 2 milioni di lavoratori, un numero non troppo distante da quello di qualche decina di anni fa.

Perché oggi i giovani rifiutano le occasioni di lavoro, secondo lei? 
Perché ci siamo abituati a vivere bene, stiamo diventando sempre meno tolleranti al sacrificio. Io negli anni Ottanta – per fare giusto un esempio banale – non avevo l’aria condizionata. Oggi, senza, non potrei lavorare, perché ho perso la resistenza al calore. Siamo meno tolleranti. Abbiamo sollevato l’asticella dello standard del nostro benessere.
Man mano che troviamo una comfort zone vogliamo stare lì. C’è meno predisposizione al sacrificio.
Oggi, per dire, lavorare con i carrelli elevatori, significa saperne di idraulica, meccanica, elettrotecnica. Ma significa anche sporcarsi le mani. E non siamo più abituati a farlo, non vogliamo più farlo.
I parametri in base ai quali giudichiamo un lavoro adatto a noi sono cambiati ed è il momento che chi ha un’azienda faccia i conti anche con queste nuove esigenze.

La congiuntura politica ed economica crede abbia una qualche influenza sulla situazione? 
Siamo davanti ad una crisi delle materie prime, ad un tentativo di elettrificazione del trasporto che non ha ragione d’essere per mancanza di infrastrutture adeguate; davanti all’egemonia americana e alle sanzioni. C’è una guerra in corso. E non siamo ancora usciti da una crisi sanitaria che sta cambiando il nostro mondo.
Insomma, il quadro politico ed economico non è confortante e probabilmente il nostro Governo è troppo immobile rispetto a così tante problematiche. Manca di progettualità, di visione del futuro, di lungimiranza. Ma anche e soprattutto di soluzioni reali.

Si dice che certe professioni oggi non più così appetibili potrebbero diventare appannaggio del mondo femminile. Un esempio su tutti: le donne che scelgono un camion e iniziano a lavorare nell’autotrasporto. 
SAF Italy ha circa 30 donne fra i suoi dipendenti. Cosa significa oggi scegliere una donna come lavoratrice?
L’universo femminile ha sempre avuto un vantaggio rispetto all’uomo. La sua capacità di maturare prima, rende possibile che una donna di 25 anni abbia ben chiaro cosa voglia dalla vita. Molto più di un uomo. E’ certo che a lei spettano diversi oneri: io sono pro famiglia e bambini, quindi comprendo che una lavoratrice può subire gli effetti di qualche incastro o problematica che rende meno fluide le sue giornate. Ecco perché ci sono dipendenti SAF donne che magari iniziano il turno o lo terminano con orari flessibili, personalizzati; magari non hanno i nonni che banalmente possano prendere i bimbi all’asilo e allora entrano prima ed escono prima. Insomma, ci si organizza, se una risorsa vale. Scegliere una donna oggi significa sapere di avere in azienda una persona oculata, precisa, capace, responsabile. Anche se devo dire la verità: durante un colloquio non ho mai scelto una risorsa in base al fatto che fosse uomo o donna.

Valuta quindi le capacità a prescindere dal sesso. Ma le inclinazioni sono chiaramente diverse.
E’ chiaro che un uomo o una donna abbiano inclinazioni diverse. Basta anche solo pensare alla forza fisica che può avere un uomo, alla resistenza di cui magari una donna non è dotata. Oggi ci sono camioniste, magazziniere, è vero. Anche noi in SAF Italy abbiamo commerciali di sesso femminile molto capaci. Che si sanno proporre meglio, che sanno come interagire in maniera adeguata con i clienti o potenziali tali. Non dico ci siano lavori per uomini e lavori strettamente per donne. Però di certo, a livello di fatica fisica siamo strutturalmente diversi. Poi, a fare la differenza è sempre quanto più veloce va il cervello.