Una recente inchiesta pubblicata sul Financial Times ha messo in luce le evidenti difficoltà riscontrate dagli autisti di mezzi pesanti nel condurre una vita dignitosa e serena.
Si parla molto, soprattutto negli ultimi mesi, di una sintomatica carenza di autisti nel mondo dell’autotrasporto. Una deficienza riscontrata anche in altri settori come appunto quello della logistica.
Spesso tra le ragioni di tale deficit si annoverano gli stipendi non adeguati, contratti poco attraenti per chi, di fatto, ha scelto come lavoro, quello sulla strada.

Anche noi avevamo cercato di descrivere il fenomeno in questi termini, parlando della mancanza di politiche attive di sostegno alla categoria e dell’emergenza in atto nel settore dell’autotrasporto, che rischia di mettere a rischio gli approvvigionamenti.
La verità è che forse prima di osservare il fenomeno nel suo insieme, bisognerebbe aggiustare il tiro e andare alla ricerca delle motivazioni individuali che creano questa carenza.

A evidenziarle, ci ha pensato il Financial Times, raccontando la storia di uno dei tanti autisti, che altro non è che la storia di quasi tutti gli autotrasportatori alle prese con una vita che “non è vita” ma che “è più simile ad una prigionia“; che non si può mettere a tacere con una retribuzione considerata “media“, perché priva la persona di un’esistenza serena.

L’esperienza raccontata riguarda un trentenne bielorusso che dopo tre mesi di lavoro a bordo di un camion, ha deciso di lasciare il lavoro malgrado percepisse una retribuzione di 2.470 euro (come primo impiego).
La ragione? “Non è una vita normale per un essere umano, non è un lavoro, lo si fa come zombie“.

La vita dell’autotrasportatore non è certamente una passeggiata. Malgrado molte aziende siano oggi più di ieri impegnate nel rispetto dei tempi di guida e di riposo, forniscano agli autisti alloggi adeguati e stipendi in linea col mercato. Alcune imprese hanno addirittura scelto di rinnvoare le modalità di lavoro, consentendo agli autisti di trascorrere più tempo in famiglia, al riposo, durante la settimana lavorativa. Ma, a complicare il lavoro, non è il livello retributivo, quanto il tipo di vita che richiede.

E’ la ragione per la quale le giovani generazioni non accettano questi incarichi. Sacrifici e privazioni imposti dalla professione non la rendono appetibile. E questo crea un progressivo aumento dell’età media degli autisti europei, ormai alla soglia dei 55 anni proprio perché manca il ricambio generazionale.

Il processo sarebbe poi aggravato anche dall’abbassamento dei costi della catena di approvvigionamento effettuato dalle multinazionali. I clienti finali esigono consegne sempre più rapide e non ci sono autisti esperti in grado di gestire la domanda. Gli autisti non si trovano, nemmeno nell’Est. E, ad oggi, l’unico continente che non sta soffrendo di questa carenza è l’Africa.

In molti paesi le retribuzioni stanno aumentando ma questa misura non sembra sufficiente. Il Covid ha poi complicato ulteriormente la situazione. Spesso gli autisti si sono trovati a dover andare a caccia di bagni (chiusi) e di parcheggi (isolati) per cercare di riposare in maniera adeguata e poi riprendere il viaggio.

Se a questo si aggiunge che in Italia la professione non può contare sulle donne che si stima siano solo il 2% del totale degli autisti, probabilmente anche a causa dei livelli di sicurezza concessi dal lavoro, ben si comprende che la forza lavoro dell’autotrasporto si sta dimezzando velocemente.
Malgrado un tasso di disoccupazione importante, a fronte di una carenza di circa 20 mila autisti in Italia, in circa due anni il nostro paese ha perso 130 mila patenti “C” secondo i dati del Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibile.

Cosa si potrà fare per sanare questa incresciosa situazione?
Anche Alis si è espressa in merito, puntando su formazione, abbassamento dei costi di accesso alle professioni e un netto miglioramento delle condizioni di lavoro.
O, più probabilmente, come sottolineato da Anita, occorre un decreto flussi ad hoc, capace di risolvere l’emergenza in tempi non troppo dilati, che potrebbero essere fatali al comparto.