― Un saggio propone uno studio sulle condizioni di lavoro nella logistica con riferimento al tempo e alla salute. Focus sui dati relativi agli infortuni, sui magazzini e sull’impatto della new technology

La logistica, negli ultimi anni è cresciuta parecchio. Nel suo significativo ruolo di motore per tutto ciò che attiene l’approvvigionamento e la distribuzione di materiali, scorte e prodotti. Complice anche la globalizzazione dei commerci e lo sviluppo delle tecnologie di informazione e comunicazione, che consentono la gestione delle catene del valore su scala globale, rendendo l’attività logistica strategica per la produzione e distribuzione delle merci.

Ma rispetto alla tutela della salute e della sicurezza ad esempio per ciò che riguarda il ripetitivo e sotto-inquadrato lavoro di magazzino, caratterizzato da ritmi di lavoro intensi e turni lunghi, come siamo messi?

A proporre interessanti riflessioni in materia di salute e sicurezza è un saggio – dal titolo “Studio sulle condizioni di lavoro nella logistica: tempo e salute” – pubblicato su “Diritto della sicurezza sul lavoro”, la rivista dell’Osservatorio Olympus, pubblicata anche dall’Università degli Studi di Urbino.
Il contributo presenta un’analisi della gestione del tempo e della salute e sicurezza delle principali categorie professionali.

E ricorda che “per quanto il settore trasporti e logistica sia scarsamente definibile e richieda l’impiego di lavoratori con diverse qualificazioni, sostanzialmente la stragrande maggioranza delle attività può essere ricondotta a due specifiche categorie di lavoratori: gli addetti ai magazzini e i trasportatori”.

Gli infortuni nella logistica

Per entrambe le categorie di lavoratori individuate dallo studio “le difficoltà maggiori derivano dal cumulo delle mansioni, dai ritmi e dagli orari di lavoro, anche se in alcuni settori specifici – come, ad esempio, quelli relativi alla filiera del freddo – si pongono specifiche problematiche, relative agli ambienti di lavoro”.

In ambito europeo, i dati statistici relativi al tasso di infortuni nel settore H – Trasporto e magazzinaggio (Codice Ateco) “non sono precisi e scontano diverse lacune, dovute sia alla difficoltà di uniformazione dei dati a livello europeo (a causa dei diversi sistemi assicurativi presenti nei vari Stati), sia alla mancata considerazione dei lavoratori autonomi, sia – ed è questo il punto qui più rilevante – da parte dei sistemi di raccolta dati di alcuni Stati proprio di quelli relativi al settore logistico”.

Al netto di tali lacune, “gli infortuni nel settore H sono stati pari, nel 2016, a 269.527, con una lieve riduzione nel corso degli anni, che peraltro sembra riflettere anche l’andamento economico, in quanto il calo più significativo si è realizzato nel periodo di crisi tra il 2008 e il 2010. Il dato degli infortuni si è poi assestato sostanzialmente, a partire dal 2011, tra i 280.000 e i 270.000”.

Mentre, i dati nazionali “confermano una sostanziale stabilità del numero di infortuni, che, seppure con alcune oscillazioni, rimane sempre sopra la quota 40.000. Secondo la banca dati delle professioni dell’INAIL, gli infortuni del personale non qualificato addetto allo spostamento e alla consegna merci (categoria 8.1.3) sono stati 20.808 nel 2018; di questi ultimi, gli infortuni mortali sono stati 35, in significativo aumento rispetto agli anni precedenti”.

E, secondo la Banca dati delle professioni INAIL, oltre il 60% degli infortuni “è dovuto a contusioni, distorsioni, lussazioni e distrazioni; il 16,2% è dovuto a ferite; 13,2 % a fratture”.

Salute e sicurezza nella logistica con le nuove tecnologie: una combinazione possibile?

Riguardo alle problematiche e ai fattori di rischio, l’analisi si sofferma sulle tecnologie utilizzate nel lavoro logistico e sul possibile o presunto impatto sulla salute degli operatori.
La dottrina a lungo si è interrogata sulle problematiche connesse alle modalità di gestione dell’intreccio fra tempi di vita lavorativa e fuori dal lavoro che comporta l’emersione di nuovi rischi per la salute e la sicurezza.

Un rischio evidenziato è di “vedere espanso illimitatamente l’arco temporale dell’attività professionale, senza limiti all’orario di lavoro, con lesioni della salute del lavoratore e una compressione del tempo libero”. Se letta in questo modo, l’interferenza tra tempo di vita lavorativa e tempo di vita extra-lavorativa, “generata dall’utilizzo delle tecnologie digitali (con implicazioni sulla sfera della salute e della riservatezza), esige un’apposita considerazione.

Inoltre, “accanto all’intensificazione dei ritmi e alla dilatazione dei tempi di lavoro, devono considerarsi lo stress da sovraccarico di informazioni da gestire ed elaborare, i problemi dovuti a cattive posture e gli effetti sul fisico dell’uso continuo delle tecnologie, senza dimenticare l’esposizione a radiazioni nocive prodotte dagli strumenti tecnologici”, continua il documento.

Il documento fa poi riferimento anche ad altri aspetti relativi all’evoluzione tecnologica, ad esempio in relazione alle funzioni di assistenza con accesso ai dati mediante cellulare o dispositivi indossabili (braccialetti, occhiali smart, sistemi di comando vocale, ecc.) e rispetto a questo tipo di dispositivi “è difficile ipotizzare la possibilità di un’estensione delle prescrizioni di sicurezza connesse all’utilizzo di videoterminali, che, peraltro, proprio alla luce dei mutamenti in atto, risulta quanto meno bisognosa di aggiornamento. È infatti prevedibile che l’utilizzo di simili tecnologie possa influenzare l’ergonomia del lavoro in modo significativo, sia migliorandola, sia costringendo a posizioni e movimenti che potrebbero non essere del tutto naturali”.

Gli autori sottolineano infine che, alla luce di quanto segnalato “pare che si possa concludere che l’introduzione delle nuove tecnologie non elimini i rischi per la tutela della salute e sicurezza e che invece abbia l’effetto di modificare i fattori di rischio”.

Potrebbe apparire semplicistico e fuorviante ritenere che “l’introduzione delle tecnologie sia in grado di risolvere i problemi di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori addetti alla logistica”. Si deve, invece, “innalzare il livello di attenzione, come del resto prevede il  principio generale vigente in materia, che esige di valutare i rischi anche in occasione dell’introduzione di nuove tecnologie e di verificare se la normativa in materia di salute e sicurezza risulti tuttora adeguata a regolare il nuovo contesto organizzativo o se, quanto meno per quanto attiene ai requisiti di sicurezza di macchinari, attrezzature e dispositivi di protezione, non si renda opportuno un suo aggiornamento”.

In conclusione, dal punto di vista della sicurezza sul lavoro, il saggio osserva che i rischi connessi all’utilizzo delle nuove tecnologie “devono essere integrati nella valutazione dei rischi e soprattutto che i soggetti – dirigenti e preposti in primis, ma anche gli addetti al servizio di prevenzione e protezione e il medico competente – devono poter agire sui meccanismi di intelligenza artificiale adeguandoli alle esigenze prevenzionistiche”.