Il rincaro delle materie prime è una realtà di cui si parla già da diversi mesi. Vediamo di fare un po’ di chiarezza.

Cosa è successo? Perché il costo delle materie prime è cresciuto?

Si tratta di una situazione determinata da una concausa di eventi e, visti gli eventi, sembrerebbe un aumento fisiologico.

Tra le cause si annoverano: la ripresa di forte domanda da parte di Cina e USA, insieme all’avvio dei piani economici di ripresa post-pandemia per un tutti i paesi; l’avvio della transizione energetica; problemi legati alla logistica come il caro noli. A questo si aggiungono situazioni imprevedibili, come ad esempio il blocco del canale di Suez occorso a giugno che ha bloccato per giorni i traffici marittimi.

In pratica la ripresa sembra aver fatto più danni della pandemia.

Durante il primo lockdown le aziende hanno congelato le attività e azzerato gli ordini, facendo registrare il primo tasso negativo del prezzo del petrolio sul Brent.

Alla riapertura si è verificata una corsa di tutti ad accaparrarsi materie prime, non solo per la produzione, ma anche per fare scorte. Un’ingente domanda senza precedenti, che si è di fatto scontrata con la naturale limitatezza di materie prime, determinandone la carenza.

Cosa dice Flavio Bregant, Direttore Generale di Federacciai
[da IndustriaItaliana.it]

Tutte le materie prime sono sotto pressione ormai da tempo. L’acciaio ad esempio è fondamentale per tutta la manifattura, ma subisce crisi di reperibilità.

“Tutti i paesi – spiega Bregant – hanno avuto riduzioni del pil, con conseguente calo della produzione di acciaio. Basti pensare che in Italia, tra marzo e aprile del 2020 la produzione era scesa del 40% prima di riuscire a recuperare in modo straordinario e chiudendo sotto di “solo” il 12%.

La produzione a livello mondiale di acciaio però è rimasta sostanzialmente costante.
La Cina, che rappresenta il 56% della siderurgia mondiale ha incrementato la sua produzione del 7% nonostante sia stato il primo paese a venire colpito dalla pandemia. Le industrie manifatturiere che si sono fermate hanno quindi consumato le scorte. A fine anno, con l’inizio della ripresa, la Cina ha continuato a crescere in maniera costante dal punto di vista siderurgico e nel primo trimestre ha fatto +15%. Era un paese esportatore, ma l’incremento dello stimolo interno ha portato a un aumento del 144% dell’import”.

Ed ecco un’altra concausa: la Cina ha iniziato ad esportare meno e a tenere i materiali per uso interno. Nel frattempo anche gli Stati Uniti hanno diminuito la produzione siderurgica (-5% nel primo trimestre del 2021), aumentando la domanda di importazioni.

Altro aspetto da valutare è la modalità di produzione dell’acciaio che si ottiene dal minerale di ferro o dal rottame. Bregant spiega che la Cina produce acciaio per il 90% dal ferro. Anche l’Europa ha uno sbilanciamento del 70% verso il ciclo integrale. In Italia invece l’80% della produzione avviene tramite forno elettrico con rottame. Infatti nel primo trimestre siamo cresciuti del 19%, contro l’1,7% della Germania. E ad aprile siamo saliti ulteriormente.

La decarbonizzazione che passa per l’elettrificazione

L’Europa ha annunciato un imponente Green New Deal, puntando su fonti di energia rinnovabili. La decarbonizzazione passa per forza per l’elettrificazione che è sostenuta da una serie di materie prime minerali che ora sono carenti e il cui prezzo sta schizzando, come la domanda.

La Cina ha già messo un dazio del 40% all’esportazione di questa tipologia di materiale siderurgico, lo stesso hanno fatto Russia e Ucraina.
L’Europa, invece, esporta il rottame e ogni anno cede 17 milioni di tonnellate. Secondo gli analisti per la stabilizzazione bisognerà attendere il 2022.

La soluzione sembra non risiedere in una politica di dazi e sanzioni. Ad esempio, come spiega sempre Bregant  “il rottame generato in Europa proviene da acciaio prevalentemente del nostro continente, realizzato quindi in ossequio a prescrizioni ambientali precise e stringenti. Se lo mandiamo in paesi che non hanno le nostre stesse prerogative e che poi ci fanno concorrenza con dumping ambientale, allora questo diventa un autentico controsenso. Su questo tema urge una profonda riflessione: davvero vogliamo vendere i nostri rottami a paesi che lavorano con una diversa sensibilità ambientale rispetto a noi?”.

La filiera del riciclo sembra essere quindi una sorta di nuova miniera da cui recuperare materie prime. Ne abbiamo parlato di recente anche con Marco Righi, CEO di Flash Battery, che ci ha spiegato come le batterie esauste possano essere fonte di materie prime.

Investimenti sostenibili ed economia circolare che si rigenera

Qualcuno all’inizio del Covid l’aveva detto: passata la pandemia il mondo sarà diverso. Il rincaro delle materie prime sembra essere la realizzazione di questa profezia, infatti, quando l’economia è tornata di corsa a ricominciare tutto come prima, proprio lì dove era rimasta, il gioco non ha più funzionato.

È ormai palese che, la corsa globale all’accaparramento delle stesse materie prime, causi grossi problemi. Ecco perché investimenti sostenibili, diversificati, sul territorio e che puntino sulla circolarità di un’economia che si rigeneri, possono rappresentare una via d’uscita.

Si tratta di scelte che fanno bene all’ambiente e alla comunità dove le attività sono inserite, ma anche al business stesso, che trova modalità di sostenersi ricorrendo meno alle catene di approvvigionamento globali che, più sono estese, più aumenta il numero di problematiche di cui possono risentire.

Le sfide della sostenibilità globale (cambiamento climatico, conservazione della natura e della biodiversità, spreco e inquinamento) possono diventare driver per l’economia e impattano sempre di più sui mercati finanziari.

Applicando ad esempio il concetto di economia circolare, si risolverebbero, almeno in parte, 2 problemi importanti: lo smaltimento dei rifiuti e l’accaparramento di nuove materie prime per la produzione.

Bisogna insomma riuscire a dissociare la crescita economica dal consumo di risorse esauribili.