Abbiamo intervistato Antonio Quintieri, di Mataloni Carrelli, che ci ha raccontato come l'azienda ha affrontato il lockdown e come si è preparata a ripartire

“Lo smart working? Funziona, ma a volte rallenta delle procedure. Dalle istituzioni serve maggiore flessibilità. E noi tutti dobbiamo rimboccarci le maniche”. A parlare è Antonio Quintieri, dell’azienda di Bolzano Mataloni Carrelli, che si occupa di vendita e manutenzione di carrelli elevatori da oltre 50 anni. Un’impresa che non si è mai fermata, nemmeno in piena emergenza sanitaria, alla quale abbiamo chiesto come ha affrontato questo periodo complesso e cosa si aspetta dal futuro.

Qual è l’elemento più problematico di questo momento?

Sicuramente la burocrazia e l’incognita sul futuro rispetto alle abitudini degli ultimi anni.

Cosa invece sta andando bene?

Abbiamo registrato un buon numero di carrelli elevatori venduti. Nel mese di giugno c’è stato un aumento rispetto allo stesso periodo del 2019. Fondamentale è stata e continua ad essere la disponibilità dei nostri collaboratori che, intelligentemente, hanno capito la situazione e si adattano ad orari e esigenze dei clienti.

L’operatività è tornata come prima? Cosa è cambiato?

Attualmente abbiamo ancora due persone in cassa integrazione su 15. Lo smart working è comodo, però rallenta alcune procedure rispetto al lavoro classico d’ufficio.

Di che cosa hanno bisogno oggi le aziende? Cosa chiedete alle istituzioni?

Flessibilità e disponibilità. Così come ci muoviamo noi con le richieste che riceviamo, chi gestisce la burocrazia, gli aiuti, le procedure di recupero del credito statale, oltre che delle stupende conferenze in televisione dovrebbe dare un seguito nei tempi e nei modi. Spesso nei discorsi “da bar” si è detto: com’è possibile che lo stato non ci pensi? Se ascolto le parole dei politici in televisione, è chiaro che la teoria è perfetta, quindi ci pensano eccome… ora manca solo la pratica. Però posso anche dire che la regione in cui lavoro (Trentino, ndr) dà risposte molto più rapide di quanto sento da altri colleghi che operano nel mio settore.

C’è chi sta affrontando questo periodo come una corsa per recuperare ciò che è andato perso nelle settimane (mesi per qualcuno) di lockdown, chi invece si interroga sulla necessità di pensare scenari e modelli nuovi. Qual è l’approccio della vostra azienda?

Posso ritenermi fortunato. Avendo iniziato nel 2007, ero agli albori di quella che fu l’ultima crisi economica europea. Quindi, per me è cambiato poco. Come ho imparato a lavorare, oggi proseguo. Forse è più difficile per chi ha dietro 30 anni, di cui 15 di numeri e marginalità diverse. Quando sei una lavagna vuota, è facile scrivere sopra per la prima volta e se lo fai bene impari. Dover invece cancellare ciò che è la propria esperienza e riscriverci il progetto futuro implica uscire dalla zona di comfort e disabituarsi.

Sappiamo che la conta dei danni dipende molto dalla velocità con cui si riuscirà a ripartire. Le ipotesi migliori dicono che, con una ripartenza rapida potremmo vedere una lieve ripresa anche verso fine anno, per le più negative dovremmo attendere il 2021 se non addirittura il 2022. Cosa ne pensa? È ottimista o pessimista? La tecnologia può avere un ruolo nel velocizzare la ripresa?

A livello mondiale, essendoci zone in cui i dati sul Covid sono ancora in crescita è difficile immaginare anche solo quando finirà questa emergenza, quindi la ripartenza per me è impossibile da prevedere. Però, se si guardano solo i numeri economici dal 1900 ad oggi, un tonfo così pesante ha due precedenti. Crisi del ’29 e post seconda guerra mondiale. In entrambi i casi la ripartenza è stata tanto rapida quanto la caduta stessa. Speriamo. Come si dice… non c’è due senza tre.

Cosa significa essere un imprenditore oggi, in questa situazione così inedita? Pensa che questa figura abbia assunto nuove responsabilità?

Penso che non potrei mai fare altro nella vita. Lo stress, i pensieri e le paure sono direttamente proporzionali alle soddisfazioni e ambizioni.

Su cosa deve puntare secondo lei il nostro Paese?

Sul nostro paese. A New York ho pagato 40 dollari per prendere un ascensore e salire in cima all’Empire State Building. Noi vendiamo i biglietti del Colosseo con guida a 8 euro. Tanto vale pagare ai turisti l’ingresso e il pranzo. Siamo e restiamo ciò che di più bello ci sia per storia, paesaggi, arte, cibo, ma non usciamo sul mercato nel modo migliore. Partirei dal turismo alzando i prezzi. Poi, a livello industriale, con fabbriche nel sud dove per disoccupazione e costo manodopera si può certamente crescere lavorando sulla burocrazia e sulla tassazione. E, soprattutto, è ora di smetterla di indicare il colpevole ma rimboccarsi le maniche e pedalare.

 

 

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