― Le pmi italiane sono pronte a superare gli ostacoli culturali e tecnologici per fare la differenza in un mondo sempre più digitalizzato?

La pandemia ed il conseguente ricorso al lockdown hanno dato un grande input allo smart working. Ma c’è chi è pronto a sostenere che questa spinta verso il lavoro agile non sia l’unica a poter modificare le nostre abitudini.

L’arretratezza tecnologica si concilia male con le necessità di una connessione veloce e sicura di chi svolgerebbe il suo lavoro da remoto. E se a questa aggiungiamo i vecchi modelli culturali di organizzazione del lavoro, che condizionano il business di piccole e medie imprese, ben si comprende quanto la sfida sia enormemente più grande.

L’emergenza legata alla pandemia ha di sicuro accelerato un processo di trasformazione del lavoro e delle sue procedure e modalità. Una tendenza valida per i mestieri che prevedono l’utilizzo del digitale ma che non abbraccia solo questi.

Anche la formazione a distanza così come l’istruzione obbligatoria sono due componenti dello smart working, favorite dal lockdown. E, malgrado fosse conveniente non solo in termini economici usufruire di alcuni servizi attraverso il web, fino a gennaio ben poco era stato fatto in questa direzione.

Infrastrutture e Digital divide

A remare contro questo modello virtuoso, per altro disciplinato dalla legge, sono intervenuti alcuni importanti fattori. Tra questi, la precarietà dell’infrastruttura tecnologica che oggi non è capace di coprire il fabbisogno del paese malgrado gli investimenti in innovazione che non sono serviti a colmare il divario esistente con altri paesi europei.
E, in secondo luogo, la grande impreparazione delle aziende che non hanno progetti a lungo termine in questo senso e che continuano a riproporre dinamiche del lavoro ormai superate che poco investono sul fattore umano.

Lo stesso Istat nel report che descrive i cittadini e l’Ict, evidenzia come il 24% delle famiglie italiane nel 2019 non ha accesso ad una rete internet. Lo studio che sottolinea come la situazione rispetto all’anno precedente sia rimasta invariata, scatta una fotografia anche del digital divide che penalizza il Meridione rispetto a Trentino, Veneto e Lazio che sono le regioni con percentuale più elevata di famiglie dotate di connessione a banda larga.

Il gap chiaramente non riguarda solo l’accesso alla connessione ma anche l’utilizzo di internet, dove ad un 70,6% del Centro-Nord fa eco un 62,5%, con Puglia e Calabria in pole position tra le regioni con più bassa quota di utenti Internet. Situazione che non si conferma in Sicilia e Campania dove sono stati registrati dall’Istat incrementi apprezzabili (rispettivamente +6,6% e +3,5%).

Il Desi 2019: competitività e digitalizzazione

Il Desi 2019, indice utilizzato dalla Commissione europea, che misura la competitività digitale degli stati membri, attraverso la digitalizzazione dell’economia e della società, posiziona l’Italia tra gli ultimi paesi della classifica. 24° posto su 28, al di sotto della media europea in fatto di servizi pubblici digitali e di connettività, malgrado la crescita degli ultimi anni.

Una debolezza che si rivela tecnica ma anche di competenze. Oggi 3 persone su 10 non usano internet e più della metà degli italiani non ha alcuna competenza digitale di base malgrado l’uso di servizi e-cloud ed e-commerce.
A quanto pare le aziende non sarebbero capaci di sfruttare le opportunità che il digitale offre. Solo il 10% delle pmi vende online e solo il 6% effettua vendite transfrontaliere, l’8% dei loro ricavi proviene dall’e-commerce.

Modelli culturali che non si rinnovano

Ai problemi legati storicamente all’inefficienza delle infrastrutture si aggiungono anche modelli aziendali e culturali difficili da modificare.

La produttività oggi si misura in maniera diversa dal mero calcolo delle ore lavorative. Oggi, lo smart worker lavora in autonomia sul raggiungimento di obiettivi assegnati, scegliendo quale parte della giornata dedicare ai propri compiti, in funzione dei task che deve portare a termine.

Così concepito, diversamente dal lavoro da remoto, lo smart working ha senso di esistere, favorendo l’equilibrio tra vita privata e lavoro e riducendo l’impatto ambientale che gli spostamenti creano ogni giorno.
Tanti sono i vantaggi derivanti ma l’imperativo resta sempre uno: bisogna cambiare mentalità e abbandonare l’approccio legato al controllo delle attività a tutti i costi, che spesso si rivela poco produttivo.

E-learning: piattaforme digitali per la formazione

Se il mondo del lavoro si modifica, lo fa anche l’universo della formazione ed istruzione, diventando più virtuale, attraverso il ricorso alle piattaforme digitali che permettono di ottimizzare anche i costi. Un trend che durante la pandemia si è accelerato anche se l’Italia è notoriamente indietro anche su questo punto. Oggi infatti l’e-learning funziona specialmente con le imprese di grandi dimensioni che possono fare economie di scala.

Un approccio che andrebbe invece esteso a tutte le realtà aziendali, perché ognuna di esse ha dentro di sé il potenziale per usufruire del digitale a suo vantaggio. Basterebbe solo aprire gli occhi e guardare al futuro, senza negare che talvolta un cambio di mentalità può trasformarsi in un’importante chance.