Oltre l’82,5% dei diplomati che escono dagli Itis trova un lavoro a 12 mesi dal termine del percorso di studi e l’87% dei casi lo trova in un’area pertinente alla propria formazione.
Dalla più grande alla più piccola pmi, l’industria moderna tutta, oggi ha bisogno di personale specializzato in possesso di abilità professionali elevate, soft e hard skills.

Perché, nel suo accelerare il processo evolutivo impone alle aziende di guardare con interesse al settore più avanzato della scuola italiana, quegli istituti terziari che formano i periti 4.0, figure professionali richiestissime. Questo accade perché oggi gli Itis sono strettamente connessi ai bisogni reali delle imprese, interlocutori diretti dei responsabili di produzione con i quali stilano i piani di studio.

C’è da dire inoltre che le competenze vengono sviluppate direttamente all’interno dei luoghi di lavoro e la maggior parte dei docenti provengono da realtà imprenditoriali del settore. In più, le ore dedicate al tirocinio sono davvero tante: circa il 40% dell’intero monte ore del percorso formativo.

Stando ai numeri e a quello che dicono le aziende che hanno creato un rapporto con gli istituti professionali, la formazione terziaria è strategica per l’intera manifattura anche se oggi avrebbe bisogno ancora di una piccola spinta in più in direzione del coinvolgimento di famiglie e studenti, in ottica 4.0.

Quel che è certo è che il binomio scuola-lavoro è ormai centrale all’interno della formazione professionalizzante, soprattutto per promuovere un vero investimento in capitale umano qualificato di cui le imprese 4.0 hanno fortemente bisogno.

A dare la direzione è stata proprio Confindustria che sul Sole24Ore si è espressa riguardo le rielaborazioni dei dati di Unioncamere e Anpal. Secondo gli indicatori infatti, i prossimi 5 anni il mondo del lavoro avrà bisogno di 469mila tecnici, se non contiamo quota 100 e già oggi il 33% delle selezioni risulta impossibile per mancanza di profili adeguati alle richieste. Un allarme concreto se si stima che tra il 2018 ed il 2022 verrà offerto un posto di lavoro a 264mila operai specializzati, a 100mila ingegneri e a 65mila dirigenti in discipline. Da qui dunque l’appello a puntare sugli Itis. Un appello che è arrivato direttamente dal vicepresidente degli industriali con delega al Capitale umano, Brugnoli.

In tutti i comparti, logistica inclusa, occorreranno periti, prototipisti, meccanici e tutta la manodopera specializzata che la scuola non sarà in grado di soddisfare. Il fabbisogno sarà talmente alto che è fondamentale rilanciare l’istruzione tecnica, secondaria e terziaria in chiave 4.
Anche perché gli Itis in particolare sono nati e si stanno affermando proprio in stretta sinergia con territori e Industria 4.0. Nei percorsi biennali sono infatti sviluppati prototipi di robot, di stampanti 3D, progetti di realtà aumentata a supporto dei processi produttivi e simulazioni tra macchine interconnesse capaci di ottimizzare i processi. Un’attività di formazione innovativa, assolutamente in linea con le esigenze delle imprese.

Inoltre, secondo le ultime stime il 35% dei posti di lavoro nell’Ue richiederanno qualifiche elevate. Ecco perché uno degli obiettivi di Europa 2020 è far sì che almeno il 40% degli europei fra 30 e 34 anni sia in possesso di un diploma di istruzione terziaria o equivalente.
Occorre fare il salto di qualità, laddove la Germania vanta già 760mila unità inserite nel sistema di formazione terziario professionalizzante la Francia 530 mila, la Spagna oltre 400 mila ed il Regno Unito 272 mila.

L’esigenza di velocizzare il processo rimane un must. E l’Italia dovrà mantenere sempre alta l’attenzione sugli Itis cercando di non indebolire la loro connessione con l’impresa.