Programmazione politica, divulgazione delle competenze, formazione. I pilastri mancanti della quarta rivoluzione industriale italiana

La politica l’ha esclusa dalla sua agenda e le aziende continuano a trincerarsi dietro vecchi parametri e sistemi che minacciano la quarta rivoluzione industriale. Dove sta andando l’industria manifatturiera italiana? Quali sono i pro e i contro di automazione e robotica? I pareri si dividono, ma una cosa è chiara: è necessario aggiustare il tiro.

Una questione politica

La grande assente dell’ultima campagna elettorale è proprio l’industria. E questo, malgrado più della metà percentuale del nostro export sia rappresentato dal manifatturiero metalmeccanico. Nessuna visione strategica né integrata all’orizzonte, ma piuttosto un navigare a vista quasi inconsapevole e, per certi versi, incoscientemente pericoloso.
Big Data, tecnologie 4.0, competenze digitali riecheggiano come sirene in un confusionario mare di cui anche la politica sembra occuparsi veramente troppo poco. Se non per nulla.
Eppure la quarta rivoluzione e il binomio industria 4.0 e blockchain, sembrano offrire il salto delle capacità cognitive, il superamento del lavoro alienante, se le si osserva considerando almeno un arco temporale di 20 anni, abbandonando l’ottica tecnofobica.
In Italia il cambiamento è appena embrionale e ripensare la produzione non basta perché anche il territorio che nasce attorno ad una fabbrica smart deve pullulare di maestranze che abbiano professionalità adeguate.
Ma per aggiustare il tiro, oggi non è sufficiente solo la formazione. La programmazione politica è fondamentale ed inutili le politiche semestrali. È il lungo periodo che può garantire risposte concrete e in linea con la realtà che ci troveremo davanti fra qualche decennio. E per pensare a lungo raggio serve progettazione.

Cominciare dalle basi

Cominciare dalle basi non significa offrire formazione e competenze solo ai giovani che studiano all’Università. È proprio questo meccanismo che fa sentire i lavoratori degli scarti da rimpiazzare con i robot o le nuove leve. Bisognerebbe offrire competenze digitali a tutti i lavoratori, nessuno escluso, soprattutto a coloro che operano già all’interno delle aziende, confermando, per altro, un diritto sancito dal contratto dei metalmeccanici nel 2016. Se si facesse davvero uso di questa regola, che impone alle aziende di estendere la formazione ai propri lavoratori, si potrebbe scalzare la prassi che vedeva privilegiare la formazione a tutto vantaggio delle professionalità già elevate.
Solo a titolo di esempio, lavorare con la realtà aumentata, nello svolgimento di mansioni particolarmente pericolose o che espongono i lavoratori a rischi più o meno importanti, potrebbe risolvere problematiche relative alla sicurezza sul lavoro ed offrire anche ad una diversa diffusione di saperi e conoscenze, oggi esclusivo appannaggio del capitale umano più competente. Potrebbe consentire a chi lavora già all’interno di un’azienda di abbandonare la tecnofobia non sentendosi più spogliato delle proprie mansioni o in preda ad una nefasta avanzata robotica.

Buoni propositi

Quando una tecnologia come quella 4.0 inizia a muovere i primi passi cambiando regole, modi di operare e tanto altro, la percezione che se ne ha è di qualcosa di poco costruttivo. Cancella lavori e mansioni ma è anche vero che ne crea di nuovi e l’intervallo tra il passaggio da vecchi metodi e metodi innovativi è tanto più corto quanto il sistema economico e sociale è preparato al cambiamento. Cina, Germania, Nord Europa in questo senso corrono meno rischi e sono destinati a diventare leader nella manifattura globale.
Se l’Italia non uscirà dalla paura dell’innovazione e non sarà in grado di adeguarsi ai nuovi parametri mondiali, il massimo che si riesce ad immaginare è un 10% di popolazione che lavora ed il resto che vive di reddito di cittadinanza. Uno scenario davvero poco esaltante.
La vera sfida è quindi cercare di utilizzare le nuove tecnologie come un’occasione per umanizzare il lavoro. Basti un esempio su tutti: reiterare all’infinito operazioni pericolose in ambienti a rischio, sono mansioni che potrebbero essere relegate alle macchine. Solo così si riuscirà a valorizzare le nuove competenze e professioni, che tengano ben alto il loro contenuto di umanità. E ricordare che gli investimenti in automazione e robotica sono in grado di difendere l’occupazione, non di minacciarla.
Proprio come dimostrano tutti gli accordi di reshoring che la tecnologia ha reso possibili.